Anni '20 e '30
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Croce non sceglie la via più collaudata per guadagnarsi uno spazio nel panorama piacentino. Nonostante la sua formazione nell’ambito della “fotografia artistica”, egli adotta unicamente la stampa al bromuro d’argento e si serve per buona parte dei ritratti del lampo al magnesio. Con le sue scelte coraggiose azzera lo svantaggio rispetto agli affermati concorrenti e riesce a conquistare la clientela esigente della ‘buona società’ piacentina grazie ad un tipo di ritratto affatto diverso, che non disdegna gli effetti chiaroscurali e forti caratterizzazioni.
Tagli particolari, intense luci direzionali contrastate, ombre riportate, fondali “dinamici”, effetti stranianti caratterizzano molti ritratti femminili degli anni Venti: si tratta di scelte tecniche e formali dettate dal tema e dalla funzione “pubblicitaria“.
Queste immagini, “stilizzate” come quelle dei manifesti, esposte in vetrina servono a richiamare il pubblico femminile, sensibile alle nuove mode e ai nuovi indirizzi del costume impostisi dopo il conflitto bellico. Che si tratti di figure mascoline con capelli alla garçonne e lunghi cappotti o di vamp sofisticate, il denominatore comune è il modo più disinibito e libero di affrontare la vita.
Agli antipodi si collocano i “ritratti d’arte”, raffinati ed estetizzanti, che procurano a Croce i primi riconoscimenti ufficiali nelle Esposizioni. L’uso di luci morbide che modellano il viso e il collo in torsione dei soggetti femminili e le atmosfere di sensualità sublimata risentono del retaggio simbolista e rimandano alle esperienze giovanili nell’atelier Marchi di Lodi. Del periodo sono le foto “di genere” (giovani garzoni, vecchi contadini…), in cui sono evidenti i richiami alla pittura partenopea dell’800, al naturalismo romantico, allo spiritualismo di Segantini. Il naturalismo populista di partenza, tuttavia, viene superato dal fotografo attraverso una rigida stilizzazione.
Nel 1927 Croce sposa Carla Arata, sorella del noto architetto e critico d’arte Giulio Ulisse Arata, consigliere artistico della Galleria Ricci Oddi, da lui progettata. La frequentazione del cognato e del suo “Salotto culturale” darà al fotografo la possibilità di conoscere direttamente protagonisti e opere dell’arte contemporanea.
::GLI ANNI TRENTA : LA RITRATTISTICA
Alcuni ritratti dei primi anni ’30, grazie all’apparecchiatura scenografica e luminotecnica, sembrano attingere alla fonte del teatro sperimentale futurista di Prampolini e di Bragaglia: come nel teatro d’avanguardia la scena non fa da sfondo ma sembra voler esprimere in prima persona l’anima del soggetto.
Nel corso degli anni Trenta la ritrattistica femminile di Croce si differenzia sempre più da quella degli anni “ruggenti”: spariscono i fondali dipinti a favore di fondi scuri e si assiste ad un recupero della “femminilità”, dell’intimismo arrendevole; le immagini ci mostrano figure calme e languide.
Dopo il 1935, ecco la donna formosa, matronale, abbigliata con drappeggi classicistici e autarchici, inquadrata e illuminata in modo da esaltarne l’imponenza statuaria “novecentesca”, secondo la retorica ufficiale della “romanità” fascista. Un discorso a parte meritano alcuni ritratti di nobildonne, a cui Croce riserva un trattamento davvero particolare: l’accentuazione luminosa della fronte e delle mani stabilisce un parallelo fra questi elementi e i gioielli, grazie ad un uso delle luci estremamente raffinato e complesso.